LA SPERANZA È UNA NOCE DI COCCO

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LA SPERANZA È UNA NOCE DI COCCO

Erano giorni che Jafet si sentiva inquieto. Di un’irrequietezza di cui non riusciva a capire bene il motivo. La vita sulla loro isola scorreva monotona come al solito, scandita tra le varie incombenze quotidiane, come la pesca con i suoi compagni, la raccolta della condensa notturna dagli enormi teloni che ricoprivano gran parte dell’isola, il consolidamento delle strutture che in certe stagioni diventavano molli e deformate dai raggi cocenti del sole.
Infatti il loro mondo era fatto di plastica, un enorme accumulo di plastica che galleggiava cullato dalle correnti.
Il suolo, le costruzioni, le alture e le vallate, tutto era formato da un agglomerato che di giorno brillava scintillante sotto i raggi del sole che talvolta ne venivano scomposti in mille sfumature.
Aveva sempre ritenuto che fosse bello vivere lì, in quello che considerava il migliore dei mondi possibili, anche perché era l’unico…

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“La metamorfosi” – 1 – (rivisitazione di Kafka)

LA METAMORFOSI – 1 – (dalla lettura di KAFKA)

 

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József Rippl-Rónai (1891)

La lama di luce che filtra dal verde tendone di velluto le deposita un lieve contatto sul viso e colpisce un occhio ancora chiuso. Il tepore le regala una sensazione piacevole, come sempre, ma soprattutto ora, quando l’età è avanzata e le ossa sono ghiacciate e dolenti.
Apre un occhio, poi l’altro ed è abbagliata dalla striscia di luce. La vista è confusa, lo è da tempo per via della cataratta. Però oggi c’è qualcosa di strano: una volta assuefatta alla luminosità, quando riesce a mettere ben a fuoco la camera che la circonda, si accorge di poter cogliere non solo il pulviscolo che danza, ma anche i minimi dettagli dell’intarsio della specchiera dorata. Quella che proviene dalla sua vecchia camera matrimoniale, “quella stanza calda e gradevole, arredata con mobili di famiglia” da cui è stata sloggiata per necessità di spazio con un doloroso “totale e rapido oblio del suo passato” di moglie, madre, nonna. Allora si strofina gli occhi, ma la sorpresa permane. “Volge gli occhi alla sveglia che ticchetta sul cassettone”. Le cifre, appena ieri confuse, le balzano contro con una nitidezza incredibile. Cos’è successo? Ha indosso degli invisibili occhiali? “Mentre in gran fretta volge tra sé questi pensieri, senza sapersi decidere ad uscire dalle coltri” sente raddoppiare il suo stupore quando invece delle dita rattrappite dall’artrosi le si offre lo spettacolo di due mani bianche, levigate, con le dita affusolate di una volta. Anche le macchie che ne cospargevano il dorso, infinite come le stelle della via lattea, sono svanite. E sembrano svaniti i dolori alla schiena che la tormentavano da anni. Si gira cautamente su un fianco – si è abituata a muoversi dolcemente, per non far infuriare la sua osteoporosi- trovando il movimento stranamente agevole, ed allunga un piede. Non lo riconosce come suo: i calli ed i duroni non ci sono più, ed anche le unghie giallastre sono diventate perlacee.
Non fa nessuno sforzo ad infilare la pantofola adagiata ai piedi del letto, anzi, atterra sullo scendiletto con un piccolo balzo felino. Da dove le viene tanta agilità?
Si dirige spedita al tendone della finestra dimenticando la stampella accanto al comodino. Lo tira da parte e si lascia accarezzare dalla luce del mattino. Guarda giù dalla finestra: tutto come al solito, la strada si sta risvegliando in quella mattinata di tarda primavera. Nel tornare verso il letto getta un’occhiata alla specchiera ed incrocia lo sguardo della sconosciuta. Anzi, no, la ben conosciuta lei di tanti anni fa. Le rughe sono scomparse, i capelli (“ancora sciolti, alla guisa notturna”) fiammeggiano di quel bel rosso di cui andava tanto fiera ma conservava solo un vago ricordo, gli occhi hanno una luce, uno splendore da adolescente.
“Che avverrebbe se io dormissi ancora un poco e dimenticassi ogni pazzia?” si chiede
Sente vociare nella stanza accanto, il nipote si sta preparando rumorosamente per andare al lavoro. Anche sua moglie rumoreggia, anzi, fa un baccano incredibile, come al solito, senza nessun rispetto per la nonna che spesso trascorre notti inquiete. Anche se ha cercato di illudersi, “ di attenuare la tristezza della situazione”, vede “ogni giorno più chiaro nelle cose”. Oramai non fingono nemmeno più di tenere a lei, la sopportano con palese fastidio e non le risparmiano sgarbi e prevaricazioni. Poco conta che il nipote e la moglie abitino nella sua casa, quella che aveva acquistato a costo di mille sacrifici per sé ed i figli.

Ed ora… ora che questa notte così insensata l’ha sorpresa alle spalle; ora che la metamorfosi chissà come si è compiuta; ora che ha riacquistato per incanto la giovinezza perduta; ora che la vita le si apre nuovamente innanzi, piena di sorprese …

….ora come potrà superare il senso di colpa e spiegare che purtroppo non si è trasformata in uno scarafaggio da poter facilmente schiacciare senza il minimo scrupolo di coscienza? Come potrà presentarsi splendente a chi attende con impazienza la sua scomparsa?

La colpa e la santità

 

 

C.Zimatore,momentidivitadellasanta(Polistena-duomo)
Chiesa di Santa Marina Vergine di Bitinia –Polistena

 

 

Era il 735 e, come ogni mese , i monaci del monastero di Kanoubine,in Siria, si recavano al mercato per comprare quanto necessario ai loro bisogni.. Dovevano trascorrere la notte in una locanda, il cui proprietario, Pandasio, li accoglieva sempre con calore, aiutato dalla moglie e dalla figlia Eufrasia. Anche quella volta i frati avevano fatto sosta là, ed erano ripartiti la mattina di buon’ora.
Anche se erano stati destati, nel corso della notte, da inconsueti suoni e risatine strozzate, non si erano resi conto che Eufrasia si stava intrattenendo con un poderoso soldato di passaggio. Neanche i genitori se ne erano accorti, almeno fino al momento in cui la ragazza confessò di essere rimasta incinta. Infuriati cercarono il giovane, che si era ormai dileguato: sentendosi impotenti e disonorati decisero di trovare qualcuno su cui addossare la colpa.

Fu così che la vita al convento, che trascorreva lenta e serena, scandita dalle orazioni e dal lavoro, venne bruscamente interrotta dall’arrivo di un Pandasio incollerito, accompagnato da una moglie ancor più imbestialita.
I due accusarono uno dei monaci, il giovane Marino, di aver sedotto la casta Eufrasia durante l’ultimo sosta alla locanda, e di averla resa gravida.
La rivelazione era davvero sconcertante perché l’irreprensibile Marino era un esempio di rettitudine e virtù L’abate, non volendo prestar fede a quelle accuse infamanti, convocò il fraticello così che potesse discolparsi .
Ascoltata in silenzio l’accusa, il monaco stava per esclamare “E’ una vergognosa menzogna e posso facilmente dimostrarlo!” quando si fermò a riflettere : “No, non devo infrangere la promessa fatta al mio defunto padre. Non posso rivelare il nostro segreto!”
Aveva la mente ancora dilaniata tra il terrore dell’imminente castigo e la facilità con cui avrebbe potuto scagionarsi, quando pensò alla portata delle conseguenze. Certamente un’accusa di violenza sessuale era di gran lunga più accettabile.
Allora restò fedele al precetto del padre di non svelarsi mai e, con gli occhi pieni di lacrime, si gettò ai piedi dell’abate implorandolo “Perdonami, sono un umile peccatore, che ha peccato come un uomo qualunque: dammi la penitenza!…”
L’abate trasecolò, quasi non credeva alle proprie orecchie, ma, pensando al disonore che sarebbe ricaduto sul Convento, decise di scacciare il giovane..
Marino però non si allontanò dal monastero: rimase al suo esterno dicendosi “Qui sarà la mia dimora, sotto questa roccia che mi proteggerà dalla pioggia, e dal freddo” .
Non appena il bambino venne alla luce, gli venne gettato tra le braccia, affinché fosse lui a prendersene cura. Il povero sventurato fu chiamato Fortunato, e alcuni pastori, impietositi, lo nutrirono con del latte. Poi il monaco si mise a mendicare, per poterlo sfamare, mentre lui si accontentava di radici ed erbe selvatiche.

Passarono gli anni e i frati del convento, ammirando le penitenze e le mortificazioni di Marino, implorarono il priore di riammetterlo. Questi accettando anche il bambino, gli ordinò di mettersi al completo servizio dei confratelli:
“Non sei degno di essere riammesso nel primo tuo stato, per il peccato che hai commesso, tuttavia per l’amore e le preghiere degli altri fratelli ti riammetto come l’ultimo di tutti”.
Gli furono quindi assegnati i lavori più umili e faticosi che svolse senza mai lamentarsi e senza trascurare il piccolo Fortunato che educò con amore alle virtù monastiche.

Ma i duri sacrifici, le fatiche, i disagi , le penitenze avevano segnato il suo fisico a tal punto che, nel 740, a soli venticinque anni, si trovò prossimo alla morte.

* * * * *

Nel 725 Eugenio di Bitinia, alla morte dell’amata moglie Teodora, decise di ritirarsi nel monastero scavato nella roccia nella valle di Kanoubine, affidando ai parenti la figlioletta Marina. La bambina era sofferente per la lontananza del padre che decise di prenderla con sé .
Andò quindi dall’abate, gli spiegò che a casa aveva lasciato un figlio di dieci anni desideroso di entrare in convento e ottenne il permesso di prenderlo con sé.
Eugenio allora tornò a casa, e, dopo avere tagliato i lunghi capelli della figlia e averla vestita da ragazzo, la introdusse nel Cenobio, facendole promette che non avrebbe mai rivelato la sua vera identità.
La giovanetta non trovò arduo dissimulare il proprio sesso nella penombra del monastero e con il cappuccio calato su parte del volto. Neppure i tratti femminei, la voce acuta e il viso imberbe destarono sospetti, ma vennero considerati l’effetto di un’intensa attività di preghiera, meditazione e digiuno.
Alla morte del padre, Fra Marino, riservato e pio. era già diventato un esempio di virtù cristiane.

* * * * *

Era il 12 febbraio 740 , e nel Cenobio di Kanoubine i confratelli, accortisi dell’assenza di Marino, si recarono nella sua cella e costatarono che il monaco era spirato. Accanto a lui c’era l’infelice Fortunato, in lacrime.
I frati , secondo consuetudine, si apprestarono a lavare il corpo del defunto, prima di vestirlo con i panni funebri, ma, spogliata la salma e trovandosi davanti agli occhi una visione così inconsueta, sconosciuta ai più, indietreggiano sbigottiti invocando a gran voce “Signore abbi pietà!”

* * * * *

Fu così che Marina, lasciando un corpo di donna a testimoniare la sua innocenza, fu fatta Santa. Divenne la protettrice delle puerpere e dei neonati, nonostante la sua maternità poco convenzionale, e anche la patrocinatrice dei matrimoni riparatori – da quando, in una piccola chiesa di Parigi a lei intitolata, le coppie svergognate venivano costrette alle nozze per evitare l’infamia di un figlio illegittimo.

 

Sant’Antioco

LA MORTE DI ANTIOCO

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Basilica di Sant’Antioco a Sant’Antioco

Sapeva che erano in arrivo. Ma ormai non aveva più alcun timore. Non l’avevano già immerso nella pece, appeso, dato in pasto alle belve, quando era ancora in Mauritania? La sua fede lo aveva aiutato. Ed anche là, esiliato nel Sulcis, condannato “ad metalla” nelle miniere di piombo, aveva continuato a curare corpi e anime. Perfino il suo carceriere, Ciriaco, si era lasciato convertire.
Le guardie romane lo avrebbero condotto ancora una volta al supplizio, e lui era nella sua grotta, in attesa. Appoggiò il capo sulla dura colonnina di pietra che gli faceva da guanciale e si affidò al Signore.
Il cadavere del moro Antioco fu trovato così, quel 13 novembre del 127: sembrava addormentato.

26 maggio 1828

26 maggio 1828

AlexanderPushkin_portrait

Vita, dono futile e casuale,
perché mi fosti data?
Perché, se condannata
a morte inesorabile dal destino oscuro?

Chi in modo aspro e tirannico
un giorno mi chiamò dal nulla,
mi colmò l’anima di passione bruciante,
mi oppresse e scosse la mente coi dubbi?

Non vedo nessuna meta davanti;
un cuore vuoto e una mente inutile.
La vita rumoreggia in modo monotono
al di sopra di me, lasciandosi dietro ferite

(scritta da Alexander  Puskin il giorno del suo 29° compleanno)